Sistema filosofico

SISTEMA FILOSOFICO. INCONSCIO DEI FILOSOFI
IL FILOSOFO O "... LE TOPPE ALL'UNIVERSO"

I° PARTE
 

II parte

INTRODUZIONE

 

Il sottotitolo evoca un famoso verso di Heine, che Freud cita sovente, assumendone il pensiero.
La dannosa riduzione della filosofia a sistema é paragonabile al lavoro inefficace e votato alla improduttiva ripetizione di chi vuole sistemare pezze e toppe nella struttura dell'universo: il filosofo, «con le sue pezze e le sue toppe / tura le lacune esistenti nella struttura dell'universo».
I versi citati sono trasformati da Freud, che segue un tracciato analogico: come il filosofo vuole rattoppare la struttura dell'universo collezionando capitoli di pezze e toppe, così il pensiero ridotto alla sola coscienza, vuole rappezzare il sogno, mettere toppe al pensiero.

Se il termine inconscio é praticato da alcuni filosofi, «il nostro inconscio - asserisce decisamente Freud nel 1904 - non é del tutto uguale a quello dei filosofi, e inoltre la maggior parte di loro non vuol sentir parlare di 'psichismo inconscio'».
Non così operano i poeti, i migliori alleati di questa concezione estesa del pensiero non riducibile alla sola coscienza «giacché essi sono soliti sapere una quantità di cose tra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta». E infatti «la psiche è estesa e di ciò non sa nulla» [ 1 ] annota Freud, superando la divisione cartesiana tra res cogitans e res extensa .

É del 1909 un invito vigoroso; esso implica l'apprezzamento per quella filosofia, se ci fosse, che stima il pensiero, anche nelle sue costruzioni patologiche: «Sarebbe assai auspicabile che quei filosofi e quegli psicologi che elaborano brillanti teorie sull'inconscio basandosi sul sentito dire e sulle loro definizioni convenzionali cominciassero col rifarsi alle impressioni fondamentali che si possono ricavare dalle manifestazioni del pensiero ossessivo; si potrebbe quasi esigerlo, se non si trattasse di un compito molto più faticoso dei metodi di lavoro a cui essi sono avvezzi».

In Nota sull'inconscio in psicoanalisi del 1912, la caritatevole articolazione del concetto di inconscio é un convito al quale sono invitati i filosofi: o si incuneano nella povertà della contraddizione che sostiene l'esistenza di una "coscienza inconscia", frutto di una riduttiva scissione di essa, rattoppata inevitabilmente dall'ossimoro, oppure la filosofia "prende partito", non negando il carattere dinamico dei pensieri latenti e assumendo come ricco campo di lavoro l'enunciazione delle attività psichiche inconsce.
O si chiude in un sistema o si lascia arricchire dal pensiero, pietra scartata anche da chi, per la stessa definizione dovrebbe esserne l'amico.
In Totem e tabù del 1912 non ha più nessuna reticenza e scrive: «Le nevrosi rivelano, da un lato, concordanze vistose e profonde con le grandi produzioni sociali dell'arte, della religione e della filosofia, e dall'altro sembrano il risultato di una distorsione di tali produzioni. Potremmo azzardarci ad affermare che l'isteria è la caricatura di una creazione artistica, che la nevrosi ossessiva è la caricatura di una religione, che il delirio paranoico è la caricatura di un sistema filosofico».

L'azzardo indica ancora una volta la stima per il pensiero, anche nelle sue costruzioni patologiche; la stima è tale da produrre una nuova parola, a cui Freud dà un rilevo paragonabile alla nascita di un figlio: metapsicologia, chiamata in una lettera a W. Fliess citata da Jones "il mio bambino" [ 2 ] . E gli invitati a questo evento, non solo non si sono procurati la veste adeguata, come richiedeva un certo Signore per il suo banchetto, ma non hanno neppure ascoltato l'invito.

Scrive Freud nel 1913: «A dire il vero la filosofia si è ripetutamente occupata del problema dell'inconscio, ma i suoi rappresentanti - fatte poche eccezioni - hanno assunto una delle due posizioni seguenti. O l'inconscio da essi postulato era qualcosa di mistico, di inafferrabile e non dimostrabile, il cui rapporto con lo psichico rimaneva oscuro; oppure essi identificavano lo psichico con il conscio, inferendo poi da questa definizione che ciò che è inconscio non ha nulla a che fare con l'attività psichica né può diventare oggetto della psicologia».

La psicoanalisi non può essere annoverata tra i sistemi che si costruiscono intorno a concetti rigorosamente definiti, anche se, «fin da principio la teoria di Adler si pose come 'sistema', cosa che la psicoanalisi ha evitato accuratamente di fare»; essa «non è un sistema del tipo di quelli filosofici, che partono da alcuni concetti fondamentali rigorosamente definiti, tentano di comprendere in base ad essi la totalità dell'universo, per poi, una volta compiuta tale operazione, non lasciare alcuno spazio per nuove scoperte e più adeguati approfondimenti. Al contrario si attiene ai dati di fatto del proprio campo di lavoro, tenta di risolvere i problemi immediati dell'osservazione, procede a tentoni avvalendosi dell'esperienza, è sempre incompiuta e disposta a dare una nuova sistemazione alle proprie teorie oppure a modificarle». Questa correggibilitá corrisponde all'idea di una scientia iuris o iurisprudentia di uno ius semper condendum .

Il carattere del sistema è colto con acutezza ironica da Freud quando, nel 1925, lo definisce, staccandolo dal cielo delle sue pretese, un Baedeker, «una guida di vita che dà informazioni su tutto»; la psicoanalisi, asserisce Freud, non fabbrica concezioni del mondo.

Una costruzione intellettuale, espressa compiutamente da una parola tedesca che, «partendo da una determinata ipotesi generale, risolve in modo unitario tutti i problemi della nostra vita e nella quale, per conseguenza, nessun problema rimane aperto e tutto ciò che ci interessa trova la sua precisa collocazione» può coincidere con la psicoanalisi?
No certamente, la psicoanalisi non ha nessuna Weltanschauung o visione del mondo asserisce Freud in una delle lezioni di Introduzione alla psicoanalisi , intitolata proprio Una visione del mondo .
Nel 1938, un anno prima della morte, Freud pone la sua conclusione: «Reputiamo liquidato, a questo punto, il problema dei rapporti tra cosciente e psichico: la coscienza è soltanto una qualità (o attributo) dello psichico, incostante per giunta».


NOTE

[ 1 ] S. Freud (1938), Risultati, idee, problemi , OSF 11, p. 566

[ 2 ] E. Jones, Vita e opere di Sigmund Freud , Il Saggiatore, Milano 1973, p. 260

 

 

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La funzione psichica che stiamo ora considerando nella formazione del sogno, promuove a quel che sembra creazioni nuove soltanto in caso estremo; finché è possibile utilizza ciò che può rintracciare di conveniente nel materiale onirico.
Ciò che distingue e tradisce questa parte del lavoro onirico è la sua tendenza. [ 1 ] E' una funzione che procede come il filosofo, nella maliziosa asserzione del poeta: con le sue pezze e le sue toppe tura le lacune esistenti nella struttura del sogno. [ 2 ]


[1] [Altrove Freud osserva che, a rigor di termini, "l'elaborazione secondaria"non fa parte del lavoro onirico.]

[2] Allusione a Heine, Libro dei canti, N. 58 del "Ritorno":

  Mit seinen Nachtmüntzen und Schlafrocketzen
Stopft er die Lücken des Weltenbaus
(Con le sue pezze e le sue toppe,
Tura le lacune esistenti nella struttura dell'universo.)

[È una citazione favorita di Freud. Vedi lettera a Jung del 25 febbraio 1908, in E. Jones, Vita e opere di Freud , trad. A. e M. Novelletto (Il Saggiatore, Milano 1962) vol. 2, p. 523; e Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni) , 1932, p. 265]

S. FREUD (1899), L'interpretazione dei sogni , OSF 3, pp. 448-449

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In tale polemica sul valore del sogno, i poeti e gli scrittori sembrano essere dalla stessa parte degli antichi, del popolo superstizioso e dell'autore dell' Interpretazione dei sogni . Giacché quando fanno sognare i personaggi immaginati dalla loro fantasia, essi si attengono all'esperienza comune per cui i pensieri e i sentimenti degli uomini continuerebbero anche nel sonno; e altro non cercano, mediante i sogni, che descrivere gli stati d'animo dei loro eroi. I poeti sono però alleati preziosi, e la loro testimonianza deve essere presa in alta considerazione, giacché essi sono soliti sapere una quantità di cose tra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta.

S. FREUD (1906), Il delirio e i sogni nella "Gradiva" di Wilhem Jensen , OSF 5, p. 264

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Noi vorremmo che questo concetto di inconscio fosse sottratto a tutte quelle dispute dei filosofi e dei filosofi naturali, che perlopiù si riducono a pure questioni etimologiche. Per il momento non disponiamo di un termine migliore per designare quei processi psichici che si comportano attivamente senza tuttavia giungere alla coscienza di una determinata persona, e questo è tutto ciò che vogliamo dire con il termine "inconscio". Se vi sono pensatori che ritengono di contestare l'esistenza di un tale inconscio come qualche cosa di contradditorio, noi dobbiamo supporre che essi non si siano mai occupati dei fenomeni psichici corrispondenti, e che stiano semplicemente sotto l'impressione dell'esperienza ordinaria, nella quale tutto lo psichico che si fa efficiente e intenso diventa contemporaneamente anche conscio; che perciò essi debbano ancora imparare quello che invece il nostro autore sa assai bene, e cioè che vi sono processi psichici i quali, pur essendo intensi e pur producendo effetti imponenti, rimangono tuttavia esclusi dalla coscienza.

S. FREUD (1906), Il delirio e i sogni della "Gradiva"di Wilhem Jensen , OSF 5, p. 296

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Abbiamo già detto [p. 303] che nei casi reali di malattia spesso una formazione delirante si produce in connessione con un sogno e, dopo le nostre spiegazioni sull'essenza del sogno, non occorre più vedere in questo fatto un nuovo enigma. Sogno e delirio provengono dalla stessa fonte, dal rimosso; il sogno è per così dire il delirio fisiologico dell'uomo normale [confronta p. 305]. Prima che il rimosso sia divenuto sufficientemente forte per irrompere nella vita vigile sotto forma di delirio, è facile che esso abbia ottenuto un primo successo nelle più favorevoli condizioni dello stato di sonno, sotto forma di un sogno con effetti persistenti. Durante il sonno, insieme alla riduzione generale dell'attività psichica, si ha anche un rilassamento della forza della resistenza che le potenze psichiche dominanti oppongono al rimosso. Proprio questo rilassamento rende possibile la formazione del sogno; e per questo il sogno diventa per noi la miglior via di conoscenza dello psichismo inconscio. Solo che di solito, col ristabilimento degli investimenti psichici della veglia, il sogno dilegua, e il terreno guadagnato dall'inconscio viene nuovamente abbandonato.

S. FREUD (1906), Il delirio e i sogni nella "Gradiva" di Wilhem Jensen , OSF 5, pp. 308-309

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25 febbraio 1908
Vienna, IX. Berggasse 19
Caro amico,

[...] Ho cercato di eliminare il più possibile la mia speculazione cosciente, e respinto totalmente il "turare ogni fessura alla mole dell'universo" [ 1 ] . MA CHI CI CREDE, A PARTE LEI?


[1 ] Espressione ispirata all'ultimo verso della lirica 58 in H. Heine, Il libro dei Canti , trad.it.(Einaudi, Torino 1971,3ed.), "Il ritorno". Parte del capoverso é citata in Jones, vol. 2, p. 523.

S. FREUD , Epistolari, Lettere tra Freud e Jung (1906-1913) , p. 135

 

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Non tenterò qui di intraprendere una valutazione psicologica del pensiero ossessivo. Essa darebbe frutti di inestimabile importanza e contribuirebbe a una chiarificazione delle nostre vedute sulla natura del conscio e dell'inconscio più dello studio dell'isteria e di quello dei fenomeni ipnotici. Sarebbe assai auspicabile che quei filosofi e quegli psicologi che elaborano brillanti teorie sull'inconscio basandosi sul sentito dire e sulle loro definizioni convenzionali cominciassero col rifarsi alle impressioni fondamentali che si possono ricavare dalle manifestazioni del pensiero ossessivo; si potrebbe quasi esigerlo, se non si trattasse di un compito molto più faticoso dei metodi di lavoro a cui essi sono avvezzi.

S. FREUD (1909), Caso clinico dell'uomo dei topi , OSF 6, p. 60

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5 luglio 1910
Vienna, IX Berggasse 19
Caro amico,

[...] Sono sempre più convinto del valore [ 1 ] CULTURALE DELLA PSICOANALISI E MI PIACEREBBE VEDER SORGERE UN CERVELLO CHIARO CHE NE TRAESSE LE LEGITTIME CONSEGUENZE IN CAMPO FILOSOFICO E SOCIALE. LA MIA IMPRESSIONE È - MA FORSE SI TRATTA SOLTANTO DELLA PROIEZIONE DELLA mia attuale stanchezza - che attualmente siamo fermi, in attesa di un nuovo scatto in avanti. Ma non sono impaziente. [ 2 ]


[1] Nell'originale Welt (mondo) invece di Wert (valore)

[2] Il capoverso é citato da Jones, vol. 3, t.1 (1911)

S. FREUD , Epistolari, Lettere tra Freud e Jung (1906-1913) , p. 366

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30 novembre 1911
Vienna, IX, Berggasse 19
Caro amico,
[...] [La Spielrein] del resto è veramente brava e io comincio a capire. La cosa che mi sembra più discutibile è che la Spielrein vuole subordinare il materiale psicologico a punti di vista biologici ; questa subordinazione è da respingere come quella filosofica, fisiologica o di anatomia cerebrale. La [psicoanalisi] farà da sé .

S. FREUD , Epistolari, Lettere tra Freud e Jung (1906-1913) , p. 505

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Vorrei precisare in breve e quanto più chiaramente possibile quale senso venga ad assumere il termine "inconscio" in psicoanalisi e soltanto in psicoanalisi.
Una rappresentazione, o qualunque altro elemento psichico, può essere presente ora nella mia coscienza, e scomparirne subito dopo; essa può dopo un intervallo riapparire immutata, cioè, come usiamo esprimerci, riemergere nella memoria e non risultare da una nuova percezione dei sensi. Per rendere conto di un tale fatto siamo costretti a supporre che la rappresentazione era presente in noi anche durante l'intervallo, seppure latente nella coscienza. Circa la forma in cui essa sia potuta sussistere, presente nella nostra psiche e latente nella coscienza, non possiamo tuttavia fare ipotesi alcuna.
A questo punto dobbiamo essere pronti a scontrarci con l'obiezione filosofica secondo la quale la rappresentazione latente non sarebbe esistita in quanto oggetto di psicologia, ma soltanto come disposizione fisica al riapparire dello stesso fenomeno psichico, cioè precisamente di quella rappresentazione. Ma possiamo replicare che la nostra teoria varca i limiti della psicologia propriamente detta, che non si farebbe che eludere la questione persistendo nel considerare "conscio" e " psichico" come concetti identici, e che si è evidentemente nel torto quando si contesta alla psicologia il diritto di chiarire con i propri mezzi uno dei fatti che le sono più abituali, come la memoria.
Chiameremo allora "conscia" soltanto la rappresentazione che è presente nella nostra coscienza e di cui abbiamo percezione, attribuendo questo solo significato al termine "conscio"; invece le rappresentazioni latenti, se abbiamo motivo di supporre che continuino a esistere nella vita psichica - com'era nel caso della memoria - dovranno essere designate come "inconsce".
Una rappresentazione inconscia è quindi una rappresentazione che non avvertiamo, ma la cui esistenza siamo pronti ad ammettere in base a indizi e prove di altro genere. [...]
Il termine inconscio , che fin qui abbiamo usato solo in senso descrittivo, acquista ora un significato ulteriore. Non indica soltanto pensieri latenti in genere, ma specificamente pensieri latenti con un determinato carattere dinamico, quelli cioè che si mantengono lontani dalla coscienza malgrado la loro intensità e la capacità di diventare operanti.
Prima di procedere in questa mia esposizione, accennerò a due obiezioni che a questo punto potrebbero venir sollevate. La prima può essere formulata così: anziché adottare l'ipotesi di pensieri inconsci, di cui non sappiamo nulla, faremmo meglio a supporre che la coscienza possa scindersi, cosicché singoli pensieri o altri processi psichici vengano a costituire una coscienza particolare, la quale si staccherebbe dalla massa principale dell'attività psichica estraniandosi da essa. Casi patologici ben noti, come quello del dottor Azam, sembrano essere idonei a dimostrare che la scissione della coscienza non è affatto un'idea fantasiosa.
Contro una tale teoria mi permetto di obiettare che essa trae profitto soltanto da un abuso della parola "conscio". Non abbiamo alcun diritto di allargare il senso di questa parola tanto da includervi anche una coscienza di cui il possessore non sa nulla. Se i filosofi trovano difficoltà a credere nell'esistenza di pensieri inconsci, l'esistenza di una coscienza inconscia mi sembra ancora più discutibile. I casi descritti come scissione della coscienza, quale quello del dottor Azam, possono meglio essere concepiti come un vagabondare della coscienza, nel senso che questa funzione - o qualunque cosa essa sia - oscilla fra due diversi complessi psichici, i quali divengono consci e inconsci alternativamente.

S. FREUD (1912), Nota sull'inconscio in psicoanalisi , OSF 6, pp. 575-578

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Le nevrosi rivelano, da un lato, concordanze vistose e profonde con le grandi produzioni sociali dell'arte, della religione e della filosofia, e dall'altro sembrano il risultato di una distorsione di tali produzioni. Potremmo azzardarci ad affermare che l'isteria è la caricatura di una creazione artistica, che la nevrosi ossessiva è la caricatura di una religione, che il delirio paranoico è la caricatura di un sistema filosofico.

S. FREUD (1912-13), Totem e Tabù , OSF 7, p. 79

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In quanto costruita sulla psicologia, la filosofia non potrà fare a meno di tener conto nel modo più ampio dei contributi che la psicoanalisi ha recato alla psicologia e dovrà reagire a questo nuovo arricchimento del nostro sapere così come ha dimostrato di saper reagire di fronte a tutti i più importanti progressi delle singole discipline scientifiche. E' soprattutto l'enunciazione delle attività psichiche inconsce che costringe la filosofia a prender partito e, in caso essa accetti tale ipotesi, a modificare le sue vedute relative al rapporto fra psiche e corpo, sino a farle corrispondere alle nuove conoscenze. A dire il vero la filosofia si è ripetutamente occupata del problema dell'inconscio, ma i suoi rappresentanti - fatte poche eccezioni - hanno assunto una delle due posizioni seguenti. O l'inconscio da essi postulato era qualcosa di mistico, di inafferrabile e non dimostrabile, il cui rapporto con lo psichico rimaneva oscuro; oppure essi identificavano lo psichico con il conscio, inferendo poi da questa definizione che ciò che è inconscio non ha nulla a che fare con l'attività psichica né può diventare oggetto della psicologia. Queste posizioni traggono origine dal fatto che i filosofi hanno espresso i loro giudizi sull'inconscio senza conoscere i fenomeni dell'attività psichica inconscia, e quindi senza intuire fino a che punto essi si avvicinano ai fenomeni consci e in che cosa se ne differenziano. Se qualcuno, nonostante questi ragguagli, vuol tener fede alla convenzione che assimila il conscio allo psichico, sottraendo quindi all'inconscio il carattere di psichicità, non v'è naturalmente nulla da obiettare, tranne che simile distinzione si rivela oltremodo scomoda.
Infatti assumendolo nella sua relazione con il conscio, con il quale ha tante cose in comune, l'inconscio può essere facilmente descritto e seguito nelle sue evoluzioni. Accostarsi ad esso dal punto di vista dei processi fisici sembra invece per ora assolutamente impossibile. Dunque é bene che l'inconscio rimanga oggetto della psicologia.

In un altro modo ancora la filosofia può trarre spunto dalla psicoanalisi, cioè divenendone essa stessa oggetto. Le dottrine e i sistemi filosofici sono opera di un esiguo numero di persone con spiccate impronte individuali; in nessun'altra scienza spetta alla personalità dello scienziato una parte di così grande rilievo come appunto nella filosofia. Ora è soltanto la psicoanalisi che ci pone in condizione di costruire una " psicografia" della personalità. Essa ci insegna a conoscere le unità affettive - i complessi dipendenti da pulsioni - che occorre presupporre in ogni individuo, e ci avvia allo studio delle trasformazioni e dei risultati finali a cui pervengono queste forze pulsionali. [...]
La psicoanalisì é in grado di intuire con maggiore o minor precisione l'intima personalità che si cela dietro l'opera dell'artista, partendo appunto dalla sua opera. Cosi essa può indicare altresì la motivazione soggettiva e individuale di dottrine filosofiche che sono scaturite, a quanto parrebbe, da un lavoro logico imparziale, e segnalare alla stessa indagine critica i punti deboli del sistema. Non è compito della psicoanalisi intraprendere essa stessa questa critica perché, com'è comprensibile, la determinazione psicologica di una dottrina non ne invalida per nulla la correttezza scientifica.

S. FREUD (1913), L'interesse per la Psicoanalisi , OSF 7, pp. 261-262

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Un'analoga trasposizione dei suoi punti di vista, premesse e cognizioni consente alla psicoanalisi di illuminare le origini delle grandi istituzioni della nostra civiltà, quali la religione, la moralità, il diritto, la filosofia. Indagando sulle situazioni psicologiche dei primitivi da cui è scaturito l'impulso per siffatte creazioni, essa si mette in condizione di rifiutare alcuni tentativi di spiegazione basati su nozioni psicologiche provvisorie, sostituendoli con vedute d'insieme più approfondite.

S. FREUD (1913), L'interesse per la psicoanalisi , OSF 7, pag. 267

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La teoria della rimozione è dunque il pilastro su cui poggia l'edificio della psicoanalisi. Essa costituisce l'elemento più essenziale della psicoanalisi e non è altro che l'espressione teorica di un'esperienza ripetibile a volontà se si procede all'analisi di un nevrotico senza l'ausilio dell'ipnosi.
Accade in questo caso di avvertire una resistenza che si oppone al lavoro analitico e adduce a pretesto un venir meno della memoria al fine di renderlo vano. L'applicazione dell'ipnosi cela necessariamente questa resistenza; perciò la storia della psicoanalisi vera e propria ha inizio soltanto con l'innovazione tecnica della rinuncia all'ipnosi. La valutazione teorica del fatto che questa resistenza coincide con un'amnesia conduce poi inevitabilmente a quella concezione dell'attività psichica inconscia che è propria della psicoanalisi, e che in ogni modo si distingue notevolmente dalle speculazioni filosofiche sull'inconscio. [...]
Mi ribellerei molto energicamente se qualcuno volesse annoverare la teoria della rimozione e della resistenza tra le premesse anziché tra i risultati della psicoanalisi. Tali premesse di natura genericamente psicologica e biologica esistono e sarebbe opportuno che di esse si trattasse in altra sede; ma la teoria della rimozione è un'acquisizione del lavoro psicoanalitico, ottenuta in maniera legittima come inferenza teorica di un numero indefinitamente grande di esperienze.

S. FREUD (1914), Per la storia del movimento psicoanalitico , OSF 7, p. 389

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Le lamentele dei paranoici mostrano altresì che l'autocritica della coscienza morale coincide nella sostanza con l'autosservazione su cui si fonda. La medesima attività psichica che si è assunta la funzione di coscienza morale si è dunque posta anche al servizio dell'indagine interiore che fornisce il materiale di cui la filosofia si serve per le sue operazioni intellettuali. A ciò si connette forse in qualche modo la tipica propensione dei paranoici a elaborare sistemi di tipo speculativo. [ 1 ]
Sarà certamente importante per noi se riusciremo a riconoscere i segni dell'attività di questa istanza osservativa di tipo critico - assunta a coscienza morale e a introspezione filosofica - anche in altri ambiti. Desidero citare, a questo proposito ciò che Silberer ha descritto come "fenomeno funzionale", una delle poche integrazioni alla teoria del sogno il cui valore è fuori discussione. Com'è noto, Silberer ha dimostrato che, negli stati fra il sonno e la veglia, la trasformazione dei pensieri in immagini visive si può osservare direttamente, ma che in queste circostanze spesso la raffigurazione che appare non corrisponde a un contenuto di pensiero, bensì alla condizione (di disponibilità, di stanchezza e così via) nella quale si trova la persona che sta lottando con il sonno. Analogamente Silberer ha dimostrato che la conclusione di alcuni sogni o brani singoli di essi non stanno a significare nient'altro che l'autopercezione del sognatore del proprio dormire e del proprio svegliarsi. Silberer ha dunque fornito le prove che l'autosservazione - nel senso del delirio paranoico di essere osservati - è un elemento che concorre alla formazione del sogno. Questo elemento non è presente in modo costante; io l'avevo trascurato probabilmente perché nei miei sogni esso non svolge una funzione di rilievo; in persone con attitudini filosofiche e avvezze all'introspezione esso può diventare assai spiccato.


[1] A titolo di mera supposizione, mi sia consentito aggiungere che allo svilupparsi e al rafforzarsi di questa istanza osservativa potrebbe essere connessa anche la genesi tardiva della memoria (soggettiva) e del fattore temporale, il quale non vige nella sfera dei processi inconsci. [Vedi la precisazione di Freud su questi due punti in Metapsicologia (1915) L'inconscio ,§ 5.]

S. FREUD (1914), Introduzione al narcisismo , OSF 7, pp. 466-467

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Ricordiamo a questo punto di aver scoperto che la formazione del sogno soggiace al dominio di una censura che costringe alla deformazione dei pensieri onirici. Questa censura non ce la siamo però figurata come una forza di tipo particolare, bensì abbiamo scelto questo termine per designare - fra le tendenze rimoventi che governano l'io - la parte di esse che si rivolge ai pensieri onirici. Se ci addentriamo ulteriormente nella struttura dell'Io, potremo riconoscere nell'ideale dell'Io e nelle manifestazioni dinamiche della coscienza morale anche il "censore del sogno". Se questo censore è un poco all'erta anche durante il sonno, comprenderemo come l'attività che abbiamo supposto essergli propria - autosservazione e autocritica - contribuisca al contenuto del sogno: "ora è troppo addormentato per pensare", "ora si sta svegliando". [ 1 ]


[1] Non mi è possibile stabilire qui se la differenziazione di questa istanza censoria dal resto dell'Io sia idonea a costituire il fondamento psicologico della distinzione filosofica fra coscienza e autocoscienza.

S. FREUD (1914), Introduzione al narcisismo , OSF 7, pp. 467-468

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