II parte

SISTEMA FILOSOFICO. INCONSCIO DEI FILOSOFI
IL FILOSOFO O "... LE TOPPE ALL'UNIVERSO"

II° PARTE

I parte
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Il rapporto personale più significativo allacciato a Worcester fu quello con James J. Putnam, professore di neuropatologia alla Harvard University, che anni prima aveva espresso un giudizio negativo sulla psicoanalisi ma che adesso stava rapidamente familiarizzandosi con essa, raccomandandola ai suoi connazionali e colleghi in numerose conferenze dense di contenuto e belle nella forma. Il rispetto di cui in America egli era circondato per le elevate doti morali del suo carattere e per il suo inflessibile amore del vero tornò a vantaggio della psicoanalisi e la protesse dalle accuse cui avrebbe probabilmente finito per soccombere ben presto. Più tardi Putnam ha ceduto troppo alle grandi esigenze etiche e filosofiche della sua natura, avanzando la pretesa, a mio avviso impossibile, che la psicoanalisi si ponesse al servizio di una determinata concezione etico-filosofica del mondo; tuttavia egli è rimasto il pilastro principale del movimento psicoanalitico nella sua terra d'origine.

S. FREUD (1914), Per la storia del movimento psicoanalitico, OSF 7, pp. 404-405

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Fin dall'inizio la teoria di Adler si pose come "sistema", cosa che la psicoanalisi ha evitato accuratamente di fare. Essa rappresenta altresì un eccellente esempio di "elaborazione secondaria", del tipo di quella operata, per esempio, dal pensiero vigile sul materiale onirico. Nel caso di Adler il materiale onirico è sostituito da quello appena ottenuto dagli studi psicoanalitici; colto esclusivamente dal punto di vista dell'Io, tale materiale viene sottoposto alle categorie consuete dell'Io, tradotto, rigirato, e, proprio come avviene per la formazione del sogno, frainteso. [...] In tal modo la sua teoria agisce come agiscono tutti i malati e come agisce in generale il nostro pensiero cosciente: usa cioè la razionalizzazione, come Jones l'ha chiamata per celare il motivo inconscio.

S. FREUD (1914), Per la storia del movimento psicoanalitico, OSF 7, p. 424

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Ho detto tutto quello che avevo da dire su questo caso clinico. Tra i molti problemi che esso solleva ne restano soltanto due che mi sembrano ancora meritevoli di essere sottolineati. Il primo attiene agli schemi filogenetici innati, che, al pari di "categorie" filosofiche, presiedono alla classificazione delle impressioni che derivano dall'esperienza. Per parte mia sono incline a pensare che questi schemi corrispondano a sedimenti dell'evoluzione storica della civiltà umana. Il complesso edipico, che abbraccia il rapporto del bambino con i genitori, è tra gli esempi di questi schemi di gran lunga il più noto. Laddove le esperienze individuali non si iscrivano in questo schema ereditario, esse vengono rimodellate in virtù di un processo dell'immaginazione che sarebbe assai utile poter seguire dettagliatamente. Infatti sono proprio questi i casi che meglio ci mostrano l'esistenza indipendente dello schema.
Potremo notare come spesso lo schema prevalga sull'esperienza individuale; nel nostro caso, per esempio, il padre diventa l'eviratore e colui che minaccia la sessualità del bambino, benché il complesso edipico, sotto tutti gli altri riguardi, sia capovolto; un processo analogo si instaura quando la nutrice prende il posto della madre e si confonde con essa. Le contraddizioni fra le esperienze individuali e lo schema filogenetico sembrano fornire ampia materia ai conflitti infantili.

S. FREUD (1914), Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell'uomo dei lupi), OSF 7, p. 590

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31 gennaio 1915
Vienna, IX Berggasse 19

Cara Signora, [...]
Ammetto anche che Adler abbia un vantaggio su di me in questo campo; è il vantaggio di chi impone alle cose un sistema di pensiero, in confronto con quello di chi le osserva ed è ansioso di render loro giustizia. Mi consolo pensando che il compito della scienza non è quello di semplificare il mondo, o perlomeno non è il suo compito più immediato.

S. FREUD, Epistolari, Eros e conoscenza. Lettere tra Freud e Lou Andreas Salomé, Bollati Boringhieri, p. 23

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Csórbato, 13 luglio 1917

Gentilissima signora,
[...] É assolutamente evidente che lei mi anticipa e mi completa ogni volta e che lei si adopera con chiaroveggenza a dare un assetto compiuto ai miei frammenti. Ho l'impressione che questo suo atteggiamento si sia venuto manifestando in speciali modo da quando ho iniziato a usare il concetto di libido narcisistica. Credo che altrimenti, senza di questo, anche lei si sarebbe allontanata da me a favore dei costruttori di sistemi, Jung o piuttosto Adler.

S. FREUD, Epistolari, Eros e conoscenza. Lettere tra Freud e Lou Andreas Salomé, Bollati Boringhieri, p. 59

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Di una seconda difficoltà nel vostro rapporto con la psicoanalisi non posso più ritenere responsabile quest'ultima, ma voi stessi, miei ascoltatori, almeno quelli di voi che finora si sono occupati di studi di medicina. La vostra precedente formazione ha dato alla vostra attività intellettuale un determinato indirizzo, che conduce lontano dalla psicoanalisi. Siete stati addestrati a dare un fondamento anatomico alle funzioni dell'organismo e ai suoi disturbi, a spiegarli chimicamente e fisicamente e a concepirli biologicamente, mentre neanche un briciolo del vostro interesse è stato indirizzato verso la vita psichica, nella quale pure culminano le prestazioni di questo organismo meravigliosamente complesso. Perciò vi è rimasto estraneo il modo di pensare psicologico in generale, essendovi voi abituati a considerarlo con diffidenza, a contestargli il carattere di scientificità e a lasciarlo ai profani, ai poeti, ai filosofi della natura e ai mistici. [...]
Non mi è ignota la scusante che si può invocare per questa lacuna della vostra preparazione. Manca una scienza ausiliaria filosofica che possa soccorrervi nei vostri intenti medici. Né la filosofia speculativa né la psicologia descrittiva o la cosiddetta psicologia sperimentale connessa alla fisiologia degli organi di senso, così come vengono insegnati nelle scuole, sono in grado di dirvi qualcosa di utile sulla relazione tra il corporeo e lo psichico nonché di fornirvi la chiave per la comprensione di un eventuale disturbo delle funzioni psichiche.

S. FREUD (1917), Introduzione alla psicoanalisi, OSF 8, pp. 203-204

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Non solo vogliamo sapere ciò che un sogno dice, ma quando (come nei nostri esempi) un sogno dice qualcosa chiaramente, vogliamo sapere altresì perché e a che scopo il materiale noto e vissuto di recente viene ripetuto nel sogno.
Penso che sarete stanchi quanto me di continuare con tentativi come questi da noi fatti sinora. Abbiamo qui la conferma che non basta avere un grande interesse per un problema se non si sa quale via imboccare per giungere alla sua soluzione. Finora questa via non l'abbiamo trovata. La psicologia sperimentale non ci ha fornito nulla all'infuori di alcune pregevoli indicazioni sull'importanza degli stimoli che istigano il sogno. Dalla filosofia non dobbiamo aspettarci nulla, se non che ci rinfacci ancora una volta altezzosamente l'inferiorità intellettuale del nostro oggetto d'indagine; alle scienze occulte non vogliamo certo chiedere alcun prestito. La storia e l'opinione popolare ci dicono che il sogno ha un senso e un significato; che getta uno sguardo nel futuro: tutte cose difficili da ammettere e certamente non dimostrabili.

S. FREUD (1915-17), Introduzione alla psicoanalisi, OSF 8, p. 272

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Il nostro amico J.J. Putnam, che vive in quell'America che ci è ora così ostile, ci perdonerà se non possiamo accogliere neppure la sua richiesta, in base alla quale la psicoanalisi dovrebbe mettersi al servizio di una determinata concezione filosofica e imporla al malato per nobilitare il suo spirito. Oserei dire che a ben vedere questo sarebbe soltanto un atto di violenza, ancorché dissimulato dalle più nobili intenzioni.

S. FREUD (1918), Vie della terapia psicoanalitica, OSF 9, p. 25

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Il professor Putnam, morto nel 1918 all'età di settantadue anni, non solo fu il primo americano a interessarsi personalmente di psicoanalisi, ma divenne ben presto il più deciso sostenitore e il più influente rappresentante della psicoanalisi in America.
A causa della grande reputazione che si era conquistato con l'attività didattica e con l'importante lavoro svolto nel campo delle malattie nervose organiche, e grazie all'universale rispetto di cui godeva la sua personalità, Putnam fu in grado di contribuire forse più di chiunque altro alla diffusione della psicoanalisi nel suo paese, riuscendo a proteggerla dalle calunnie di cui certamente sarebbe stata fatta segno sull'altra sponde dell'Atlantico non meno che su questa. Tutte queste accuse furono ovviamente messe a tacere quando un uomo dei principi etici e della rettitudine morale di Putnam entrò nei ranghi dei sostenitori della nuova scienza e del metodo terapeutico basato su di essa.

I saggi qui raccolti in un unico volume furono scritti da Putnam tra il 1909 e la fine della sua vita, e offrono un buon quadro delle sue relazioni con la psicoanalisi. Attestano come Putnam si impegnò anzitutto a correggere un giudizio provvisorio che era basato su una conoscenza insufficiente; come poi accettò l'essenza dell'analisi, ne riconobbe la capacità di delucidare l'origine delle umane imperfezioni e delle umane sconfitte, e come fu colpito dalla prospettiva di contribuire al miglioramento dell'umanità seguendo l'orientamento psicoanalitico; come poi egli si persuase, attraverso la propria attività di medico, della verità della maggior parte delle conclusioni e dei postulati psicoanalitici, arrecando a sua volta testimonianza del fatto che il medico che fa uso dell'analisi ha una comprensione molto maggiore delle sofferenza dei suoi pazienti e può fare molto di più per loro di quanto non fosse possibile con i metodi precedenti di trattamento; infine, questi testi attestano come Putnam incominciò a spaziare al di là dei limite dell'analisi, esigendo che quest'ultima, in quanto disciplina scientifica, si collegasse con un particolare sistema filosofico, e che la sua pratica fosse apertamente collegata con una serie ben precisa di dottrine etiche.

Non c'è dunque da meravigliarsi del fatto che uno spirito con tendenze eminentemente etiche e filosofiche come quello di Putnam abbia desiderato, dopo essersi immerso profondamente nella psicoanalisi, di stabilire una relazione il più possibile stretta tra essa e i fini che maggiormente gli stavano a cuore.

S. FREUD (1921), Prefazione a "Discorsi di psicoanalisi" di J.J. Putnam, OSF 9, pp. 335-36

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La psicoanalisi non è un sistema del tipo di quelli filosofici, che partono da alcuni concetti fondamentali rigorosamente definiti, tentano di comprendere in base ad essi la totalità dell'universo, per poi, una volta compiuta tale operazione, non lasciare alcuno spazio per nuove scoperte e più adeguati approfondimenti. Al contrario essa si attiene ai dati di fatto del proprio campo di lavoro, tenta di risolvere i problemi immediati dell'osservazione, procede a tentoni avvalendosi dell'esperienza, è sempre incompiuta e disposta a dare una nuova sistemazione alle proprie teorie oppure a modificarle. Non meno che la fisica e la chimica la psicoanalisi tollera che i suoi concetti supremi siano poco chiari e le sue premesse provvisorie, nell'attesa che una determinazione più precisa di questi concetti e di queste premesse emerga dal lavoro futuro.

S. FREUD (1922), Due voci di Enciclopedia: "Psicoanalisi" e "Teoria della libido", OSF 9, p. 457

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La distinzione dello psichico in ciò che è cosciente e in ciò che è inconscio è il presupposto fondamentale della psicoanalisi; solo questa distinzione le consente di comprendere e inserire in una sistemazione scientifica i così frequenti e importanti processi patologici della vita psichica. Per dirlo ancora una volta con altre parole, la psicoanalisi non può far consistere l'essenza dello psichico nella coscienza, ed è invece indotta a considerare la coscienza come una delle qualità dello psichico, che può aggiungersi ad altre qualità ma che può anche rimanere assente.
Supponendo che tutti coloro che si interessano di psicologia leggano questo scritto, dovrei attendermi già a questo punto che una parte di lettori si arresti rifiutandosi di procedere oltre; qui sta infatti il primo scibbolet della psicoanalisi. Per la maggior parte di coloro che hanno una formazione filosofica, l'idea di alcunché di psichico che non sia anche cosciente è talmente inconcepibile da apparire assurda e suscettibile di essere confutata in base ai puri principi della logica. Penso che ciò dipenda dal fatto che costoro non hanno mai studiato i tipici fenomeni dell'ipnosi e del sogno, i quali - anche a prescindere dalla patologia - conducono necessariamente a questa nostra concezione. La psicologia della coscienza che costoro seguono rimane però impotente a risolvere i problemi del sogno e dell'ipnosi. [...]
Questo inconscio coincide allora con il latente o capace di farsi cosciente. I filosofi potrebbero obiettare: "No, il termine inconscio non può essere qui adoperato; fintantoché la rappresentazione è rimasta allo stato di latenza, non è stata comunque alcunché di psichico." E se ci mettessimo fin d'ora a contraddirli, ci imbarcheremmo in una disputa puramente verbale, dalla quale non si ricaverebbe un bel niente.

S. FREUD (1922), L'Io e l'Es, OSF 9, pp. 476-477

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La psicoanalisi svela i punti deboli di questo sistema e dà alcuni consigli per modificarlo. Propone di diminuire la severità con cui viene effettuata la rimozione delle pulsioni e di dare più spazio alla sincerità. Ad alcuni moti pulsionali, che la società ha represso in misura eccessiva, dev'essere consentito un più ampio soddisfacimento, per altri il metodo repressivo mediante rimozione dev'essere sostituito con un procedimento migliore e più sicuro. A causa di queste critiche la psicoanalisi è stata considerate "nemica della civiltà" e messa al bando in quanto "socialmente pericolosa". Questa resistenza non potrà durare in eterno; alla lunga non c'è istituzione umana che possa sottrarsi all'influenza di una visione critica ben fondata; fino a questo momento, tuttavia, l'atteggiamento degli uomini verso la psicoanalisi continua a essere dominato da questo timore, che libera le loro passioni e riduce la loro capacità di ragionare correttamente.

S. FREUD (1924), Le resistenze alla psicoanalisi, OSF 10, p. 56

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In compenso però, si poteva pensare che la nuova disciplina avrebbe trovato nuova accoglienza presso i filosofi. Costoro erano in effetti avvezzi a mettere in cima alle loro spiegazioni dell'universo concetti astratti (o come dicevano le malelingue, parole dal significato imprecisato) e non potevano certo esser contrari all'ampliamento dell'ambito della psicologia preparato e proposto dalla psicoanalisi. Ma un altro ostacolo si fece innanzi: lo psichico dei filosofi non era quello della psicoanalisi. Nella loro stragrande maggioranza i filosofi chiamano psichici soltanto i fenomeni della coscienza. Il mondo di ciò che è cosciente coincide per essi con l'ambito di ciò che è psichico. E tutte le altre cose che accadono in quell'entità così difficile da afferrare che è "l'anima", i filosofi le ascrivono alle determinanti organiche della psiche, ovvero processi che si svolgono in parallelo ai nostri processi psichici. Per esprimerci in termini più rigorosi, l'anima non ha altri contenuti se non i fenomeni della coscienza, e dunque la scienza dell'anima, la psicologia, non può avere che quest'unico oggetto. I profani, del resto, non la pensano diversamente.
Cosa dirà dunque il filosofo di una dottrina come la psicoanalisi la quale asserisce al contrario che ciò che è psichico è in sé inconscio, essendo la consapevolezza soltanto una qualità che può aggiungersi o non aggiungersi al singolo atto psichico, e che, quand'anche manchi, nulla di quell'atto viene peraltro mutato? Dirà naturalmente che un tale inconscio psichico è un non senso, una contradictio in adjecto, e non vorrà rendersi conto che con questa valutazione non fa altro che ripetere la propria definizione - forse troppo limitata - dello psichico. Al filosofo questa certezza è resa più facile dal fatto che non conosce il materiale da cui lo psicoanalista ha tratto l'irrevocabile convincimento di dover credere negli atti psichici inconsci. Il filosofo non ha posto mente all'ipnosi, non si è sforzato di interpretare i sogni - reputandoli invero, al pari del medico, prodotti insensati di un'attività intellettuale che durante il sonno è degradata - e non sospetta neppure che esistano fenomeni come le rappresentazioni ossessive e le idee deliranti; in effetti sarebbe di grave imbarazzo se qualcuno gli chiedesse di spiegare questi fenomeni basandosi sui suoi presupposti psicologici.
Anche l'analista si rifiuta di dire che cosa sia l'inconscio, egli può però far riferimento a quell'ambito di fenomeni osservando i quali è stato indotto a formulare l'ipotesi dell'inconscio. Il filosofo, che non conosce nessun altro tipo di osservazione al di fuori dell'autosservazione, non riesce a seguirlo su questa strada.
Come si vede, dunque, dalla propria posizione intermedia tra medicina e filosofia la psicoanalisi deriva soltanto svantaggi. Il medico la reputa un sistema speculativo e non vuol credere che essa, al pari di ogni altra scienza naturale, sia fondata sull'elaborazione paziente e faticosa di dati di fatto derivanti dal mondo delle percezioni; il filosofo, che la commisura sul metro delle proprie artificiose formazioni sistematiche, reputa impossibili le sue ipotesi di partenza e le rimprovera la mancanza di chiarezza e precisione dei concetti generalissimi cui è pervenuta (i quali sono comunque ancora in via di formazione).

S. FREUD (1924), Le resistenze alla psicoanalisi, OSF 10, pp. 52-53

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La psicoanalisi, al contrario, dallo studio delle rimozioni patogene e di altri fenomeni di cui parleremo più avanti, si vide costretta a prendere molto sul serio il concetto di "inconscio". Per la psicoanalisi tutto ciò che è psichico è, all'inizio, inconscio, e la qualità dell'esser cosciente può in seguito aggiungersi, come può mancare del tutto. Queste affermazioni incontrarono, com'è ovvio, l'opposizione dei filosofi, per i quali "cosciente" e "psichico" sono la stessa cosa, essendo per essi il concetto di "psiche inconscia" un assurdo inconcepibile. Ma la psicoanalisi dovette andare avanti per la sua strada senza badare a questa idiosincrasia dei filosofi. Le esperienze tratte dal materiale patologico ( e del tutto sconosciuto ai filosofi) sulla frequenza e potenza di impulsi di cui bisognava ammettere l'esistenza al modo stesso di un qualsiasi fenomeno del mondo esterno non lasciavano scelta; di tali impulsi, però, il soggetto non sapeva nulla. Potevamo inoltre sostenere che non stavamo facendo nulla di più che applicare alla nostra stessa vita psichica le rappresentazioni che da sempre avevamo usato per la vita psichica altrui. Era pur vero, infatti, che regolarmente avevamo ascritto alle altre persone atti psichici di cui pure costoro non avevano diretta coscienza, ma che noi avevamo potuto arguire basandoci sulle loro manifestazioni e sulle loro azioni.

S. FREUD (1924), Autobiografia, OSF 10, pp. 99-100

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In generale io non sono per la fabbricazione di concezioni del mondo. Si lasci pur questo ai filosofi, i quali dichiarano di non credere che si possa intraprendere il viaggio della vita senza un simile Baedeker, che dà informazioni su tutto. Accogliamo umilmente la commiserazione con la quale i filosofi, dall'alto delle loro superiori coscienze, guardano in basso verso di noi. Dato però che neppur noi possiamo sconfessare il nostro orgoglio narcisistico, osserveremo a nostra consolazione che tutte queste " guide di vita" invecchiano presto, che il nostro piccolo lavoro, per quanto miope e limitato, è ciò che rende necessari i loro ammodernamenti, e che tutti questi "Baedeker", anche i più moderni, altro non sono che tentativi di rimpiazzare il vecchio catechismo, così confortante nella sua completezza. Sappiamo bene quanta poca luce la scienza abbia saputo proiettare sin qui sull'enigma di questo mondo, e non c'è chiacchiera di filosofi che possa cambiare questa realtà; solo proseguendo pazientemente il lavoro indefesso che tutto subordina alla ricerca della certezza, si può produrre a poco a poco un mutamento. Quando il viandante canta nell'oscurità, rinnega la propria apprensione, ma non per questo vede più chiaro.

S. FREUD (1925), Inibizione, Sintomo e Angoscia, OSF 10, pp. 245-46

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Mi sono poi rivolto la domanda se, tuttavia, la pubblicazione di questo scritto non avrebbe potuto nuocere a qualcuno. A dire il vero non a una persona, ma a una causa: la causa della psicoanalisi.
E' innegabile che la psicoanalisi è una mia creazione e che essa è stata fatta oggetto di molta diffidenza e ostilità; se ora mi faccio avanti con affermazioni così sgradevoli, si sarà fin troppo pronti a scivolare dalla mia persona alla psicoanalisi. "Adesso si vede - diranno - dove va a parare la psicoanalisi. La maschera è caduta; essa conduce, come abbiamo sempre sospettato, alla negazione di Dio e dell'ideale morale. Per impedirci di scoprirlo, ci hanno dato a intendere che la psicoanalisi non ha una sua visione del mondo e non può fabbricarne una."

Questo strepito mi riuscirà davvero spiacevole a causa dei miei numerosi collaboratori, alcuni dei quali non condividono affatto il mio atteggiamento verso i problemi religiosi. Ma la psicoanalisi ha già superato ben altre tempeste e occorre che resista anche a questa. In realtà la psicoanalisi è un metodo di ricerca, uno strumento imparziale, come il calcolo infinitesimale ad esempio. Se con l'aiuto di questo un fisico scoprisse che dopo un certo periodo la terra sarà distrutta, si esiterebbe ad attribuire al calcolo come tale tendenze distruttive e a metterlo per conseguenza al bando. Tutto ciò che ho detto qui contro il valore di verità delle religioni non aveva bisogno della psicoanalisi, è stato detto da altri molto prima che la psicoanalisi fosse inventata. Se dall'applicazione del metodo psicoanalitico si ricavano nuove argomentazioni contro il contenuto di verità della religione, tanto peggio per la religione; comunque con lo stesso diritto i difensori della religione potranno servirsi della psicoanalisi per avvalorare in pieno il significato affettivo della dottrina religiosa.

S. FREUD (1927), L'avvenire di un'illusione, OSF 10, pp. 466-467

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Oggi vogliamo arditamente prendere la rincorsa e tentare di rispondere a un quesito postoci più volte in varie sedi: se la psicoanalisi conduca a una determinata visione del mondo (Weltanschauung) e a quale.
Weltanschauung è, temo, una parola specificatamente tedesca , la cui traduzione in altre lingue potrebbe creare difficoltà. Qualsiasi definizione io possa tentare di questo concetto, vi apparirà sicuramente goffa. Ritengo che una Weltanschauung sia una costruzione intellettuale che, partendo da una determinata ipotesi generale, risolve in modo unitario tutti i problemi della nostra vita e nella quale, per conseguenza, nessun problema rimane aperto e tutto ciò che ci interessa trova la sua precisa collocazione.
E' ben comprensibile che gli uomini aspirino, come a un loro ideale, al possesso di una simile Weltanschauung. Avendo fede in essa si può sentirsi sicuri nella vita, si può sapere quali mete vadano perseguite e come collocare nel modo più opportuno i propri affetti e i propri interessi.
Se questo è il carattere di una Weltanschauung, la risposta per quanto concerne la psicoanalisi diventa facile. Come scienza particolare, come ramo della psicologia - psicologia del profondo o psicologia dell'inconscio - essa è totalmente inadatta a crearsi una propria Weltanschauung: deve accettare quella della scienza. La Weltanschauung scientifica, tuttavia, si scosta notevolmente dalla definizione da noi data sopra. Accetta anch'essa l'unitarietà della spiegazione dell'universo, ma solo come un programma il cui adempimento è differito nel futuro. [...] La filosofia non è antitetica alla scienza, si atteggia a scienza essa stessa e opera in parte con gli stessi suoi metodi, scostandosene però con l'illusione che sia possibile fornire un'immagine del mondo coerente e priva di lacune, la quale è peraltro destinata a infrangersi ad ogni nuovo progresso del nostro sapere. L'errore metodologico della filosofia consiste nel sopravvalutare il valore conoscitivo delle nostre operazioni logiche e nel riconoscere fino a un certo punto altre fonti di conoscenza come l'intuizione. E abbastanza spesso non appare ingiustificata la canzonatura del poeta che dice del Filosofo:

[Con le sue pezze e le sue toppe

Tura le lacune nella struttura dell'universo.]

Ma la filosofia non ha un influsso diretto sulla grande massa degli uomini, forma l'interesse di un esiguo numero di persone persino fra lo strato più elevato degli intellettuali; per tutti gli altri è pressoché inafferrabile.

S. FREUD (1932), Una "visione del mondo", Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di lezioni),OSF 11, pp. 262-265

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Signore e Signori, consentitemi, per concludere, di riassumere quanto ebbi a dire sulla relazione che la psicoanalisi ha con il problema della " visione del mondo".
La psicoanalisi, a mio parere, è incapace di crearsi una sua particolare Weltanschauung. Essa non ne ha bisogno, è parte della scienza e può dunque aderire alla Weltanschauung scientifica. Questa tuttavia, quasi non merita tale nome altisonante, perché non abbraccia ogni cosa, è troppo frammentaria, non ha alcuna pretesa di essere un tutto in sé compiuto e di costituire un sistema. Il pensiero scientifico è ancora molto giovane, e di moltissimi grandi problemi non è ancora potuto venire a capo. Una visione del mondo eretta sulla scienza ha, tranne l'accento posto sul mondo esterno reale, tratti essenzialmente negativi, come quelli di sottomettersi soltanto alla verità, nel rifiuto di ogni illusione. Chi fra di noi mortali è insoddisfatto di questa situazione, chi pretende qualcosa di più per trovare una momentanea consolazione, cerchi questo qualcosa dove pensa di poterlo trovare. Noi non ce ne adonteremo: non possiamo aiutarlo, ma nemmeno, per riguardo a lui, cambiare le nostre idee.

S. FREUD (1932), Una "visione del mondo", Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di lezioni), OSF 11, p. 284

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Queste nuove esperienze recavano infatti la certezza che i pazienti da noi chiamati nervosi soffrivano in un certo senso di disturbi psichici, e che perciò andavano trattati con metodi psichici. Il nostro interesse andava rivolto alla psicologia.
Ciò che poteva offrire la scienza psicologica dominante nelle scuole filosofiche dell'epoca era evidentemente ben povera cosa, e non trovavamo nulla che potesse servire ai nostri scopi; ci toccava inventare ex novo sia i nostri metodi sia i loro presupposti teorici.

S. FREUD (1932), I miei rapporti con Josef Popper-Lynkeus, OSF 11, pp. 309- 310

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Molti, all'interno o all'esterno della scienza [psicologica], si accontentano di supporre che solo la coscienza rappresenti lo psichico, nel qual caso alla psicologia non resterebbe altro da fare che distinguere - all'interno della fenomenologia psichica - fra percezioni, processi di pensiero e atti di volontà. Per giudizio unanime, però, questi processi coscienti non danno luogo a serie in sé conchiuse e ininterrotte; non si potrebbe quindi fare a meno di ammettere l'esistenza di processi fisici o somatici concomitanti allo psichico, ai quali bisognerebbe ascrivere una completezza maggiore di quella delle sequenze psichiche, dal momento che alcuni di essi hanno in parallelo dei processi coscienti e altri invece no. Viene naturale quindi porre l'accento in psicologia su questi processi somatici, riconoscere in essi il vero e proprio psichico e cercare per i processi coscienti un altro tipo di caratterizzazione. Ma a ciò si ribellano quasi tutti i filosofi e molti altri studiosi, che dichiarano l'inconscio psichico un controsenso.
La psicoanalisi deve far proprio questo, consistendo in ciò la sua seconda ipotesi fondamentale. La psicoanalisi reputa che i processi psichici concomitanti di natura somatica costituiscano il vero e proprio psichico, e in ciò prescinde a tutta prima dalla qualità della coscienza. In questo non è sola. [...]
Sembrerebbe dunque che in questa differenza fra psicoanalisi e filosofia si rifletta soltanto una controversia definitoria di scarso rilievo: la questione cioè se "psichico" sia un appellativo da ascrivere all'una o all'altra serie di fenomeni. Questa decisione è diventata invece molto importante. Mentre nella psicologia della coscienza non si è mai andati oltre a quelle serie lacunose di fenomeni, che palesemente dipendono da qualcos'altro, l'altra concezione, quella secondo cui lo psichico è in sé inconscio, ha permesso di sviluppare la psicologia fino a farne una scienza naturale come tutte le altre. I processi di cui essa si occupa sono in sé inconoscibili, né più e né meno di quelli di cui si occupano altre discipline scientifiche, la chimica e la fisica per esempio; eppure è possibile stabilire le leggi cui esse ubbidiscono, seguire ininterrottamente e per un lungo tratto le loro reciproche relazioni e interdipendenze, e insomma giungere a quella che si definisce la "comprensione" di un certo campo di fenomeni naturali. Ciò non è potuto avvenire senza la formulazione di nuove ipotesi e la creazione di nuovi concetti; ma questi non sono da disprezzare come testimonianze del nostro imbarazzo, ma piuttosto da apprezzare come arricchimenti della scienza. Tali ipotesi e concetti possono rivendicare infatti lo stesso valore di approssimazione alle verità di analoghe costruzioni ausiliarie in altri campi delle scienze naturali, e sono in attesa di modifiche, rettifiche e determinazioni più rigorose grazie all'accumulo e alla selezione delle esperienze. E' inoltre in perfetto accordo con le nostre aspettative che i concetti fondamentali della nuova scienza, i suoi principi (pulsione, energia psichica, eccetera) rimangano indeterminati per un periodo di tempo piuttosto lungo, come lo sono stati i concetti e i principi delle scienze più antiche (forza massa attrazione). [...]

Nel corso di questo lavoro si impongono alla nostra attenzione le differenziazioni da noi definite "qualità psichiche". Non occorre che caratterizziamo ciò che chiamiamo "conscio", è la stessa cosa della coscienza dei filosofi e dell'opinione popolare. Ogni altra cosa che appartiene allo psichico è per noi l'inconscio. Ben presto però siamo indotti a supporre in questo inconscio una importante differenziazione. Alcuni processi diventano facilmente coscienti, poi non lo sono più, ma possono ridiventarlo senza fatica , in quanto, come si suol dire, possono essere riprodotti o ricordati. In questo modo siamo avvertiti che la coscienza è comunque uno stato quanto mai fuggevole.
Ciò che è cosciente lo è solo per un attimo.

S. FREUD (1938), Qualità psichiche, Compendio di psicoanalisi, OSF 11, pp. 584-86

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Non mi faccio illusioni sulla difficoltà del compito che mi sta di fronte. La psicoanalisi ha scarse prospettive di diventare beneamata o popolare. A parte che parecchi suoi contenuti offendono i sentimenti di molte persone, quasi altrettanto disturbante è il fatto che la nostra scienza comprende alcune ipotesi - non si sa se annoverarle fra i presupposti o fra i risultati della nostra ricerca - che certamente appaiono quanto mai stravaganti per il normale modo di pensare della maggior parte delle persone, e si pongono in radicale contraddizione con la mentalità imperante. [...]

Anche la psicologia è una scienza naturale. Che altro mai dovrebbe essere? Eppure il suo caso è diverso. Non tutti si azzardano a esprimere un giudizio sui temi di fisica, e tutti invece - il filosofo come l'uomo della strada - hanno un loro parere da esternare su problemi di psicologia, e si comportano come se fossero quantomeno psicologi dilettanti. E succede una cosa ben strana: che tutti , o quasi tutti, sono d'accordo nel dire che ciò che è psichico ha in effetti un carattere comune, nel quale si esprime la sua essenza. E questo carattere unico e indescrivibile (ma non c'è alcun bisogno di descriverlo) è il carattere della consapevolezza. Tutto ciò che è conscio sarebbe psichico e, viceversa, tutto ciò che è psichico conscio. Questo sarebbe ovvio e non avrebbe senso contraddirlo. Ebbene, non si può dire che con questa soluzione si getti molta luce sull'essenza dello psichico, giacché davanti alla qualità della consapevolezza, uno dei dati fondamentali della nostra vita, la ricerca si arresta come dinanzi a un muro, né trova più lo strada per andare avanti. Fra l'altro, l'equiparazione dello psichico con il conscio ha avuto il deplorevole risultato che i processi psichici sono stati strappati dal contesto dell'accadere universale e contrapposti a tutto il resto come qualcosa di estraneo. Ciò non poteva essere sostenuto, non essendo lecito trascurare per troppo tempo il fatto che i fenomeni psichici dipendono in larga misura da influssi corporei, incidendo a loro volta prepotentemente sui processi somatici. Se mai è accaduto che il pensiero umano abbia portato a un vicolo cieco, questo è un caso del genere. Per trovare una via d'uscita i filosofi hanno dovuto acconciarsi all'ipotesi che esistano processi organici paralleli ai processi psichici consci e a questi coordinati in modo difficilmente spiegabile; tali processi dovrebbero mediare i vicendevoli influssi tra "corpo e anima" e reinserire lo psichico nell'ingranaggio della vita. Ma neppure questa soluzione è sembrata soddisfacente.
La psicoanalisi si è sottratta a queste difficoltà contestando energicamente l'equiparazione dello psichico con il cosciente. No, la consapevolezza non può essere l'essenza dello psichico, essa è soltanto una sua qualità incostante, che talvolta c'è ma assai più spesso non c'è. Lo psichico in sé, quale che sia la sua natura, è inconscio, e probabilmente è di specie analoga a tutti gli altri processi della natura di cui siamo venuti a conoscenza.
Per motivare la propria asserzione la psicoanalisi chiama a raccolta parecchi fatti di cui diamo un saggio nel testo che segue.
Si sa cosa si intende quando si parla di "idee improvvise": pensieri che d'un tratto affiorano belli e fatti alla coscienza, senza che nulla si sappia della loro preparazione, che pure dev'essere consistita in atti psichici. Addirittura può accadere che si pervenga in questo modo alla soluzione di un difficile problema intellettuale sul quale prima, invano, si era riflettuto a lungo. Tutti i complicati processi di selezione, ricusazione e decisione che si sono svolti nel frattempo sono stati sottratti alla coscienza. Non creiamo nessuna nuova teoria dicendo che erano inconsci e che tali, forse, sono rimasti.
In secondo luogo: da un'incalcolabile quantità di fenomeni trascelgo un unico esempio che valga per tutti gli altri.
Il presidente di un'assemblea (in questo caso del Parlamento austriaco) aprì un giorno la seduta con le seguenti parole: "Registro la presenza del numero legale e dichiaro quindi chiusa la seduta". Si trattò di un lapsus verbale, senza dubbio il presidente voleva dire: aperta. Perché allora disse il contrario? Siamo preparati a sentirci rispondere: è stato un errore casuale, uno sbaglio mentre si attuava un'intenzione, quale capita spesso per gli influssi più disparati. Non significa nulla, fra l'altro accade con particolare facilità che proprio i contrari si scambino fra loro. Se però si considera la situazione in cui avvenne il lapsus, si è propensi a preferire una diversa interpretazione. Tante precedenti sedute erano state così spiacevolmente tempestose e inconcludenti, che sarebbe stato comprensibilissimo se il presidente, al momento dell'apertura avesse pensato: "Magari la seduta che adesso deve cominciare fosse già finita. Preferirei chiuderla anziché aprirla". Questo desiderio, quando egli cominciò a parlare, probabilmente non gli era presente, non era cosciente, ma certamente esisteva in lui e riuscì a imporsi a dispetto della sua intenzione in quell'errore apparente.

Nella nostra oscillazione fra due spiegazioni così diverse, un singolo caso non potrà certo essere risolutivo. Ma cosa accadrebbe se tutti gli altri casi di lapsus verbale consentissero questa stessa spiegazione, e ugualmente gli analoghi errori dei lapsus di scrittura, di lettura, di ascolto e delle sbadataggini? Se in tutti questi casi, senza eccezione alcuna, si potesse dimostrare la presenza di un atto psichico, un pensiero, un desiderio, un intento che può giustificare il presunto errore e che, all'epoca in cui esplicò i suoi effetti, era inconscio, pur essendo magari stato conscio precedentemente? in questo caso non si potrebbe davvero più contestare l'esistenza di atti psichici inconsci, che talora possono diventare attivi mentre sono inconsci e addirittura di tanto in tanto sopraffare le intenzioni coscienti. L'individuo può assumere di fronte ai suoi stessi atti mancati diversi atteggiamenti. Può trascurarli del tutto, oppure può rendersene conto ed esserne imbarazzato, vergognarsene; di regola non trova da sé la spiegazione del proprio errore, ha bisogno che qualcuno lo aiuti e spesso si ribella - almeno per un po' - alla soluzione che gli viene prospettata.
In terzo luogo infine: su persone ipnotizzate si può dimostrare sperimentalmente che esistono atti psichici inconsci e che la consapevolezza non è una condizione indispensabile dell'attività. Chiunque abbia assistito a un esperimento simile ne ha tratto un'impressione indelebile e un incrollabile convincimento. Esso si svolge più o meno così: il medico entra in una stanza d'ospedale, depone il suo parapioggia in un portaombrelli, colloca uno dei pazienti in ipnosi e gli dice: "Adesso io me ne vado, quando ritorno Lei mi verrà incontro con l'ombrello aperto e lo terrà sopra il mio capo".
Medico e accompagnatore abbandonano poi la stanza. Non appena ritornano, il malato, che ormai è sveglio, esegue attentamente ciò di cui era stato incaricato mentre era in ipnosi. Al che il medico gli dice: "Ma cosa sta facendo? Che senso ha tutto questo?" Il paziente è palesemente in imbarazzo e farfuglia qualcosa come: "Credevo solo, signor dottore, che siccome fuori piove, Lei volesse aprire l'ombrello già qui nella stanza". Una spiegazione evidentemente insufficiente, escogitata lì per lì, per giustificare in qualche modo la sua assurda condotta. Noi spettatori, però, sappiamo con assoluta chiarezza che egli non conosce il vero motivo che lo ha spinto ad agire.
Noi questo motivo lo conosciamo poiché eravamo presenti quando fu sottoposto alla suggestione alla quale ora ha ubbidito; egli, invece, non sa nulla della presenza di questa suggestione in lui.
Reputiamo liquidato, a questo punto, il problema dei rapporti tra cosciente e psichico: la coscienza è soltanto una qualità (o attributo) dello psichico, incostante per giunta.
Ma resta da debellare un'altra obiezione, quella di chi asserisce che, nonostante i dati di fatto summenzionati, non necessariamente bisogna rinunciare all'identità tra cosciente e psichico. I cosiddetti processi psichici inconsci sarebbero appunto quei processi organici paralleli allo psichico la cui esistenza è stata ammessa da tempo.
Ciò ridurrebbe il nostro problema a una questione apparentemente irrilevante di natura definitoria. La nostra risposta è che sarebbe ingiustificato e quanto mai inopportuno spezzare l'unità della vita psichica in omaggio a una definizione, giacché comunque ci rendiamo conto benissimo che la coscienza può offrire soltanto serie di fenomeni incompiute e lacunose. Inoltre non è affatto un caso che soltanto dopo il mutamento nella definizione dello psichico sia stato possibile creare una teoria compatta e coerente della vita psichica.

S. FREUD (1938), Alcune lezioni elementari di psicoanalisi, OSF 11, pp. 640-644

I parte